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BERGOGLIO, DAL SUDAMERICA LEZIONE ALL’ EUROPA SULLA CONVIVENZA DEI POPOLI

di #GennaroFerrara

Per comprendere meglio le cose, si sa, occorre valutarle dalla giusta distanza. È il caso anche del fenomeno migratorio e dell’integrazione tra culture diverse, questione che ci tocca da vicino e mette in discussione il nostro stesso modo di vivere. Può essere utile allora rileggere quanto Francesco ha detto in proposito nel suo recente viaggio in Cile e Perù. Qui Bergoglio è intervenuto sul tema della convivenza tra i popoli nativi e quelli d’origine europea. Parole pronunciate in un altro continente ma che possono essere utilmente riferite anche alla nostra realtà per capire un messaggio che troppe volte abbiamo frainteso.
Se c’è un tema, infatti, che mette d’accordo i critici di Bergoglio fuori e dentro la Chiesa, è proprio quello dell’immigrazione. L’accusa di fondo che viene mossa al pontefice, fin dal giorno in cui scelse Lampedusa, come meta del suo primo viaggio, è quella di proporre una irrealistica accoglienza senza se e senza ma. Ad addentrarsi poi nelle argomentazioni dei detrattori del papa argentino si arriva a trovare chi gli contesta il parallelismo tra la Sacra famiglia e quelle dei migranti di oggi e chi lo giudica complice di una insostenibile invasione. E quando poi è stato il Papa a parlare di sostenibilità e integrazione, subito si è banalizzato il messaggio, dicendo che aveva cambiato rotta e si era adeguato alla dottrina Minniti. Eppure già nella sua visita al Parlamento europeo, nel novembre del 2014, Francesco aveva chiarito che bisognava insieme “tutelare i diritti dei cittadini europei e garantire l’accoglienza dei migranti” e ancora “adottare politiche … che aiutino i loro Paesi di origine nello sviluppo socio-politico e nel superamento dei conflitti interni invece delle politiche di interesse che aumentano e alimentano tali conflitti”. Per il Papa insomma è necessario agire sulle cause e non solo sugli effetti. Concetto chiarito anche nella recente giornata mondiale del migrante e del rifugiato, scandita da tre verbi: proteggere, promuovere e integrare. Tra queste azioni quella che più si presta a fraintendimenti è l’ultima. Il senso comune che noi diamo al termine integrazione è quello di adeguamento: l’immigrato che arriva deve stare ai nostri modi e alle nostre tradizioni, altrimenti, si dice, torni a casa sua. Diciamo integrare, ma in fondo intendiamo inglobare. È la legge del più forte, quella della colonizzazione culturale. C’è poi un altro modo di tradire e rendere indolore il cammino dell’integrazione, quello della neutralità: la paura di entrare in conflitto con un’altra cultura ci porta a sterilizzare gli ambienti pubblici, a renderli asettici, a rinunciare ai germi vitali della nostra tradizione per non dover entrare in contrasto con quella dell’altro. Per Francesco non è così: “non bisogna avere paura della vita né dei conflitti” ha detto poco meno di due anni fa a villa Borghese, aggiungendo che “il conflitto è un rischio ma anche un’opportunità”. Ma cosa intende allora il Papa per integrazione? È qui che ci viene in soccorso la lezione sudamericana, i discorsi pronunciati in Cile e Perù, quando Francesco si è trovato, come dicevamo, a fare i conti con la difficile convivenza dei popoli nativi con quelli d’origine europea. Integrare, ha spiegato, significa riconoscere il bisogno che abbiamo l’uno dell’altro, “lasciare perdere la logica di credere che ci siano culture superiori o inferiori”. Più in generale si tratta di un percorso che non può essere calato dall’alto, ma ha bisogno di “artigiani che sappiano armonizzare le differenze nei laboratori dei villaggi, delle strade, delle piazze e dei paesaggi”. L’unica integrazione possibile quindi è quella che viene dal basso, dall’incontro personale. Ai giovani indigeni ha detto: “cercate le vostre radici e nello stesso tempo aprite gli occhi alle novità. Fate la vostra sintesi”. Ascoltare queste parole riferite a contesti lontani, senza sentirci subito toccati negli affetti, negli interessi o nei credo ideologici, penso ci aiuti a intendere meglio il messaggio di Francesco, a tradurlo nelle nostre città, nel nostro continente e capire che la nostra identità non la si custodisce nell’esilio delle mura domestiche, né brandendola come arma contro l’altro, ma mettendola in gioco nell’incontro con l’altro. “L’unico modo per far sì che le culture non si perdano – ha detto Bergoglio ai popoli dell’Amazzonia – è che si mantengano in dinamismo, in costante movimento”. Senza incontro la cultura si estingue. È questa la lezione sudamericana di Bergoglio che serve anche all’Europa e a chi spera di trovare in questa parte di mondo una vita migliore.

Gennaro Ferrara, giornalista e conduttore di Tv2000. Da lunedi a venerdi presenta la trasmissione pomeridiana ( 17,30-18) “Il diario di Papa Francesco”. Già cronista parlamentare, ha condotto diversi programmi per la stessa emittente. Un passato da presidente nazionale dei Giovani di Azione Cattolica.

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23 Gennaio 2018