I 50 anni di Diaconato permanente

7 febbraio 2019

Il diaconato permanente in Italia compie cinquanta anni. Il 22 gennaio 1969, infatti, nella cattedrale di Vicenza furono ordinati i primi sette diaconi permanenti della Chiesa italiana, tutti appartenenti alla Pia Società San Gaetano, congregazione religiosa missionaria di diritto pontificio nata nel 1941 per opera del Servo di Dio venerabile don Ottorino Zanon (1915-1972). Mezzo secolo dopo, la congregazione ha voluto organizzare un evento giubilare per celebrare questo importante anniversario.

Gennaro Ferrara incontra due diaconi della Pia Società San Gaetano della Diocesi di Vicenza: Giuseppe Creazza, diacono appena rientrato da 32 anni di missione in Centro America, testimone dell’opera di Don Ottorino e delle prime ordinazioni del 1969, e Vito Calella, 9 anni di vita missionaria di pastorale rurale nella Periferia di São Leonardo, Mossurize,  (Mozambico) e 14 anni di vita missionaria di pastorale urbana nella Periferia di Rio de Janeiro (Brasile).

Con loro riflettiamo sul percorso storico che ha portato al decreto del diaconato e sul valore e il ruolo dei diaconi nella Chiesa a partire dall’ascolto dell’Omelia di papa Francesco in occasione del Giubileo dei Diaconi del 29 maggio 2016.

Poi, a commento delle attività del giorno di papa Francesco, con Creazza e Calella, riascoltiamo una parte del Discorso al personale della Casa Circondariale “Regina Coeli”, in cui Bergoglio parla dell’atteggiamento di prossimità di chi opera in carcere.

In chiusura con la sintesi dell’Omelia di Santa Marta, incentrata sulla conversione e la guarigione riflettiamo sul senso dell’aprire il cuore.

 

IN EVIDENZA

Creazza: “Appassionato del diaconato”

 

 

SANTA MESSA IN OCCASIONE DEL GIUBILEO DEI DIACONI  29.05.2016

OMELIA

La disponibilità del diacono

Papa: Da dove cominciare per diventare «servi buoni e fedeli» (cfr Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. …..

… A me fa male al cuore quando vedo un orario, nelle parrocchie: “Dalla tal ora alla tal ora”. E poi? Non c’è porta aperta, non c’è prete, non c’è diacono, non c’è laico che riceva la gente… Questo fa male. Trascurare [andare oltre] gli orari: avere questo coraggio, di trascurare [andare oltre] gli orari. Così, cari diaconi, vivendo nella disponibilità, il vostro servizio sarà privo di ogni tornaconto ed evangelicamente fecondo.

 

DISCORSO AL PERSONALE DELLA CASA CIRCONDARIALE “REGINA COELI” DI ROMA 7 febbraio 2019

Sull’esempio del buon samaritano

Il carcere è luogo di pena nel duplice senso di punizione e di sofferenza, e ha molto bisogno di attenzione e di umanità. …

Nessuno può condannare l’altro per gli errori che ha commesso, né tantomeno infliggere sofferenze offendendo la dignità umana. Le carceri hanno bisogno di essere sempre più umanizzate, ed è doloroso invece sentire che tante volte sono considerate come luoghi di violenza e di illegalità, dove imperversano le cattiverie umane. …

Ma l’esperienza dimostra che il carcere, con l’aiuto degli operatori penitenziari, può diventare veramente un luogo di riscatto, di risurrezione e di cambiamento di vita; e tutto ciò è possibile attraverso percorsi di fede, di lavoro e di formazione professionale, ma soprattutto di vicinanza spirituale e di compassione, sull’esempio del buon Samaritano, che si è chinato a curare il fratello ferito. Questo atteggiamento di prossimità, che trova la sua radice nell’amore di Cristo, può favorire in molti detenuti la fiducia, la consapevolezza e la certezza di essere amati.

 

SANTA MARTA

Autorevoli perché umili e miti

Papa: La prima guarigione è la conversione nel senso di aprire il cuore perché entri la Parola di Dio. Convertirsi è guardare da un’altra parte, convergere su un’altra parte. E questo apre il cuore, fa veder altre cose. Ma se il cuore è chiuso non può essere guarito. Se qualcuno è ammalato e per tenacia non vuole andare dal medico, non sarà guarito. E a loro dice, primo: “Convertitevi, aprite il cuore”. Anche se noi cristiani facciamo tante cose buone, ma se il cuore è chiuso è tutta vernice di fuori…

… Se un apostolo, un inviato, qualcuno di noi – ne siamo tanti di inviati qui -, va un po’ col naso in su, credendosi superiore agli altri o cercando qualche interesse umano o – non so – cercando posti nella Chiesa, non guarirà mai nessuno, non sarà riuscito ad aprire il cuore di nessuno, perché la sua parola non avrà autorità. L’autorità, il discepolo l’avrà se segue i passi di Cristo. E quali sono i passi di Cristo? La povertà. Da Dio si è fatto uomo! Si è annientato! Si è spogliato! La povertà che porta alla mitezza, all’umiltà. Il Gesù umile che va per la strada per guarire. E così un apostolo con questo atteggiamento di povertà, di umiltà, di mitezza, è capace di avere l’autorità per dire: “Convertitevi”, per aprire i cuori…

 

… Tutti noi abbiamo bisogno di essere guariti, tutti, perché tutti abbiamo malattie spirituali, tutti. Ma, anche, tutti noi abbiamo la possibilità di guarire gli altri, ma con questo atteggiamento. Che il Signore ci dia questa grazia di guarire come guariva Lui: con la mitezza, con l’umiltà, con la forza contro il peccato, contro il diavolo e andare avanti in questo bel “mestiere” di guarirci fra noi, perché tutti: “Io guarisco un altro e mi lascio guarire dall’altro”. Fra noi. Questa è una comunità cristiana.