Celestini in Laika canta i silenzi dei veri “ultimi”

Ascanio Celestini - Laika
Ascanio Celestini in Laika

Nei cantieri non si canta più, così scriveva negli anni ’70 lo storico Alessandro Portelli. Il sottoproletariato non ha più il tempo e gli strumenti per raccontarsi. Allora lo voglio fare io”. Questa, ormai da qualche anno, è la missione di Ascanio Celestini. E se nel 2007 con Parole sante dava voce alle rabbie dei lavoratori dei call center, oggi nel 2015 con il suo nuovo spettacolo (in prima nazionale per il “Romaeuropa Festival” al Teatro Vascello di Roma, dove canta i silenzi dei facchini.Questi “movimentatori di pacchi” fanno ore di straordinario regolarmente non pagate e hanno in mente un solo pensiero: “il mio turno finirà”. Sono i veri “ultimi” del sistema produttivo, ignorati dalla politica e dalla cultura, ma non da Gesù! Ebbene sì, il gentile e geniale, logorroico e travolgente, impegnato e poetico, capostipite degli affabulatori si finge Gesù Cristo che, tornato sulla terra, in una desolata periferia urbana, si relaziona con i reietti (un barbone, emigrato clandestino, “alloggiato” in un parcheggio di un supermercato, una vecchia, una prostituta e una “donna con la testa impicciata”), assiste al tentativo dei facchini, puntualmente soffocato con la violenza, di recuperare un minimo di dignità per poi raccontare il tutto a degli avventori sempre ignari perché auto-reclusisi in un bar. La scelta del punto di vista non è però il frutto di una conversione del popolare narratore romano, ma è furbescamente dettata da esigenze di opportunità narrativa come lui stesso ci svela: “non è una lettura evangelica, ma antropologica; sono interessato non ai testi sacri ma alle storie religiose della tradizione orale.

Celestini attinge piuttosto ai luoghi comuni della religiosità popolare e questa dimensione strumentale è forse il punto debole dell’intera narrazione comunque sviluppata con la consueta magistrale, ipnotica verve affabulatoria fitta di reiterazioni, refrain, incagli e incisi. Spesso ricorre all’immaginario collettivo della fede per girare intorno, in modo divertente ma fuorviante, ad alcuni quesiti: “perché la messa tutti i giorni?”, “perché Dio ha bisogno di intermediari per fare i miracoli?”, “perché Dio non vede il male e non interviene?”; sembra poi prendere le distanze anche da una certa scienza rigidamente atea: “Stephen Hawking pensa che l’uomo è una macchina che quando è rotta si butta via e non esiste il Paradiso delle macchine rotte”. Ma sono tutte divagazioni rispetto al nucleo narrativo che interessa e resta: il tormentone della volta celeste che lentamente si abbatte su un mondo che sta per implodere, la speranza del ritorno di Laika (questo è il titolo dello spettacolo), la famosa cagnetta immolata dai sovietici per scopi scientifici il 3 novembre del 1957 sullo Sputnik 2, e il piccolo prodigio finale in cui solo in tre si oppongono alla violenza sul barbone: la vecchia, la “donna con la testa impicciata” e il “Gesù” di Ascanio Celestini.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire