Si riapre il sipario ma come sta il teatro?

Dopo quattro mesi di stop, l'eroismo di chi prova a ripartire con opere dal vivo. Le esperienze nel territorio: Valerio Binasco, dello Stabile di Torino: «Così capiamo se è un'arte necessaria»

Marco Baliani in scena al Teatro delle Muse di Ancona con “L’attore nella casa di cristallo”

Barcamenarsi. Destreggiarsi fra le perigliose onde delle disposizioni, prescrizioni mediche e misure di sicurezza. Vincere l’amletica titubanza e «prender armi contro il mare d’affanni» affrontando l’ignota procella a viso aperto. Riaprire da domani i teatri, ripartire dopo quasi quattro mesi con festival e spettacoli dal vivo esige eroismo perché i legacci sanitari e burocratici rischiano di inibire ogni velleità artistica. Eppure queste inedite incertezze stimolano oltremodo Valerio Binasco fiero di rispondere «non lo so» a chi chiede lumi sul futuro del teatro nell’era del «distanziamento». In effetti per il direttore artistico del Teatro Stabile di Torino l’esiguità del tempo a disposizione unitamente alle limitazioni e alle inderogabili regole che stabiliscono il numero degli spettatori in sala, l’aerazione degli spazi, il divieto dei contatti fra gli attori e tutte le asfittiche misure previste dal protocollo potranno rappresentare una prova e uno sprone: «Ci sarà la possibilità di verificare – osserva Binasco – se il teatro è ancora necessario per chi lo fa e per chi lo fruisce e bisognerà, in una fase di tatto sospeso, inventare soluzioni alternative. Una vera sfida per l’immaginazione». Obiettivo: allestire una stagione che non sia «rimediata» ma con un cartellone rigoroso e articolato. 16 produzioni, altrettanti “appuntamenti extra” e 100 recite complessive sono infatti i numeri di Summer Plays per tre mesi di programmazione ininterrotta dal 15 giugno al 13 settembre. Tutti gli spettacoli si basano su testi di drammaturgia contemporanea. A inaugurare la rassegna L’intervista di Natalia Ginzburg che Binasco dirige e interpreta con Arianna Scommegna e Giordana Faggiano.

Se a Torino si barcamenano dunque intraprendenti ed efficienti ad Ancona Marco Baliani impavido come il capitano Achab guarda in faccia la “balena bianca”, in questo caso una società distopica senza teatro in cui la cultura è reietta e il Pil è il re. Gli attori di prosa sono dei paria rinchiusi in scatoloni trasparenti esposti al pubblico distratto ludibrio. È questo l’inquietante ma nemmeno troppo avveniristico contesto in cui si sviluppa L’attore nella casa di cristallo da domani fino al 28 giugno nel piazzale antistante il Teatro delle Muse di Ancona. Prodotto da Marche Teatro, da un’idea di Velia Papa, testo e regia dello stesso Baliani, verrà offerto a un numero selezionato di spettatori i quali si troveranno di fronte a due imponenti teche di vetro due metri per due con all’interno l’attore ingabbiato nello spazio e nella sua mente, avviluppato in un ciclico loop interpretativo coatto. Da questi asettici parallelepipedi grazie a un auricolare monouso si potranno percepire lacerti di memorie, brandelli di testi letterari e utilizzando una radio ricevente si potrà fare zapping da una teca all’altra. Insomma si mette in atto l’annichilimento di qualunque unità teatrale di luogo, tempo e azione.

Dal “chi è di teca?” di Ancona si scende a Roma e ci si impantana nella bonaccia che immobilizza le piccole e feconde realtà produttive private impossibilitate a ripartire date le norme vigenti. Emblematico il caso del Teatro Sette gestito dall’attore e regista Michele La Ginestra. «Questa sala – spiega l’artista romano – ha 144 posti a regime ridotti a 38 con il distanziamento, ho 10 dipendenti a tempo indeterminato, poi devo mettere in atto la sanificazione degli spazi e calcolare che non posso utilizzare il bar interno. A queste condizioni è impossibile ripartire». Comunque sogni, progetti, fede e speranza di rinascita non difettano a La Ginestra. E non mancano nemmeno al vulcanico e volitivo Dario D’Ambrosi che però in questi ultimi mesi ha dovuto domare una tempesta perfetta. Il fondatore del Teatro Patologico di Roma, che da 33 anni esalta la libertà espressiva della follia coniugandola con l’arte teatrale, è preoccupato per le conseguenze che la traumatica sospensione del percorso di teatro-terapia ha causato sulla salute psichica dei suoi ragazzi disabili mentali: «Alcuni hanno avuto delle crisi molto violente, uno di loro ha spaccato i vetri di casa con la testa, altri hanno sfondato la porta perché volevano uscire per venire qui al Teatro Patologico, molti hanno dovuto ricominciare ad assumere dosaggi molto alti di psicofarmaci. E ora non poterli riabbracciare – spiega D’Ambrosi – non poter avere un contatto fisico con i miei “mattacchioni”, come a me piace chiamarli, rende tutto molto triste e difficile». Ma non ci sarà alcun naufragio; il viaggio ricomincerà, anzi sarà un’esaltante odissea. Prevista infatti a breve all’Idroscalo di Ostia, proprio sulla spiaggia di Pasolini, la ripresa dello spettacolo Ulisse.

Sulla costa opposta adriatica invece c’è voglia di record: al Teatro Sperimentale di Pesaro, infatti, a mezzanotte e un minuto del 15 giugno Ascanio Celestini sarà il primo artista a inaugurare la ripresa degli spettacoli dal vivo con il suo cavallo di battaglia Radio clandestina. Suscita infine simpatia e ammirazione nel capoluogo lombardo un’iniziativa in cui si opta per l’usato piccolissimo ma sicuro: evocando il Carro di Tespi o il Pageant medievale il teatro sale fino a settembre sull’umile e mitica treruote, l’Apecar, e viaggia nelle piazze, cortili, chiostri di Milano grazie al progetto proposto da deSidera al Teatro Oscar. Forse tutte queste imprese, azioni e reazioni non basteranno a rendere indispensabile il teatro. Di certo però testimoniano una peculiarità più salutare di qualunque presidio medico che, dopo una clausura dominata da una bulimica comunicazione virtuale, si riafferma in tutta la sua insopprimibile vitalità. A esplicitare questa prerogativa ancora una volta Valerio Binasco: «Il teatro è rimasto l’unico luogo pensato per produrre buio intorno a me e sulla mia surrogata vita da Truman Show, per chiudere gli occhi sul mio quotidiano da esibire e per creare invece un accadimento comunitario in cui l’ego si spegne e il noi si accende grazie al tappeto volante dell’immaginazione».

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di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire