La Passeggiata di Timi e Mascino

Il "passo a due" nel testo di Bedos, l'amore come malattia. Regista Piccioni, uomo di cinema al debutto in scena: «Trasmette l'urgenza di tornare a vivere e ci siamo tuffati con fame e desiderio». Fino all'1 novembre al Franco Parenti di Milano

Lucia Mascino e Filippo Timi in “Promenade de santé”, diretto da Giuseppe Piccioni. Fino all’1 novembre al Franco Parenti di Milano / Laila Pozzo.

«Azione!», ad alta voce il regista invita a riprendere la scena. Non siamo però in un set cinematografico, ma a teatro. Si tratta di una deformazione professionale del regista in questione, Giuseppe Piccioni, da sempre avvezzo a catturare i moti dell’animo sulla pellicola ma neofita del palcoscenico. In realtà il comando, consueto fra le macchine da presa, calza a pennello anche sullo spazio scenico dove impera per l’appunto l’agone drammatico. E c’è una perpetua, vibrante azione fisica e psichica in Promenade de santé – Passeggiata di salute, testo del drammaturgo francese Nicolas Bedos, tradotto da Monica Capuani, prodotto dalla coraggiosa e fertile realtà di Marche Teatro, che ha debuttato al Teatro delle Muse di Ancona prima di spostarsi da oggi al 1° novembre sulle assi del Teatro Franco Parenti di Milano.

Giuseppe Piccioni, pur alla sua prima regia teatrale, valorizza ed esalta tutte le peculiarità e le dinamiche di uno spettacolo dal vivo, ovvero quella fisicità e carnalità che lo rendono unico e irriproducibile, oltre che quasi scandaloso in un’epoca in cui la distanza è salvifica e la contaminazione mortifera. «È un testo in apparenza lontano dalle problematiche che stiamo vivendo – spiega Piccioni – in realtà attualissimo perché c’è implicitamente molto Covid dentro. Trasmette l’insopprimibile urgenza di tornare a vivere e ci siamo tuffati con grande fame e desiderio, quasi incontrollato e per certi versi febbrile». Usa il plurale Piccioni, non maiestatis, ma letterale perché si è affidato a una da lui ben nota e affiatata coppia di “felini” della scena per far risuonare questo spettacolo che in pratica, tra innumerevoli pulsioni, contraddizioni, conflitti reali o immaginari, si offre come un inno all’amore, unico senso e motore della vita. I due “animali da palcoscenico” sono Lucia Mascino e Filippo Timi, una coppia collaudatissima già dai tempi del sodalizio artistico con Giorgio Barberio Corsetti e che ha condiviso 23 anni di amicizia e 14 spettacoli. L’alchimia fra i due interpreti è in questo caso ancora una volta perfetta: «Ci siamo baciati subito sin dalla prima prova a tavolino a casa di Giuseppe», svela subito Timi, precisando, però, che il protocollo sanitario anti-covid, con tamponi ripetuti e presidi medici vari, è stato sempre scrupolosamente rispettato, come del resto avviene in ogni realtà produttiva teatrale, non a caso una delle più sicure al giorno d’oggi.

Il bacio, il contatto fisico, cercato ossessivamente o repentinamente respinto, il bisogno di una fusione che si agogna e che terrorizza al contempo, attraversa tutta la pièce e abita il corpo, la mente e il cuore di un “lui” e di una “lei”, i due personaggi anonimi ma fortemente caratterizzati: l’uno narcisista, ossessivo, l’altra psicotica, paranoica, schizofrenica, depressiva, entrambi malati e a caccia loro malgrado, di eros e amore, ambedue pazienti di una clinica psichiatrica che ora si cercano, ora si fuggono, sempre palpitano. I dialoghi sono spesso serrati, si duetta per scavare nelle debolezze e paure ma anche per danzare un figurato o carnale corteggiamento. È in effetti un “passo a due” di una verità penetrante e di una vitalità travolgente; e poco importa se alla fine si adombra l’ipotesi che “lui” sia solo un’onirica proiezione frutto delle allucinazioni mentali di “lei”. La bravura di Timi e Mascino è proverbiale, ma qui si va oltre perché emergono delle aderenze fra attore e personaggio in questo caso davvero feconde. L’artista umbro, tanto timido nella vita quanto capace in teatro di danzare con i suoi fantasmi («sono un balbuziente ma sul palco non balbetto mai e faccio monologhi di 2 ore, sono mezzo cieco e faccio l’acrobata», confessa Filippo Timi), orgoglioso delle proprie ferite perché «alcuni dolori è un bene che ci siano», che vive uno spettacolo come «un rito d’amore», riesce a conferire in questa performance, scandita da salti mortali dell’anima e della psiche e da poliedrici registri interpretativi, una naturalezza e profonda leggerezza impressionanti. Lucia Mascino, inoltre, infonde assoluta verità e credibilità al suo personaggio saltando con apparente facilità e scioltezza dagli abissi della fragilità alle vette della durezza e coglie appieno l’essenza drammaturgica quando lei stessa rivela: «Quest’opera ti immerge nell’irrazionale, nell’impossibilità di catalogare e comprendere razionalmente i sentimenti, per quanto ci si sforzi di sviscerarli, analizzarli. L’amore è un alito di vita che non si può afferrare».

Sulla stessa lunghezza d’onda ovviamente anche Giuseppe Piccioni: «L’amore si può solo cristianamente educare, imparare ad amare è un’arte. È un “divino anacronismo”, come diceva Orson Welles a riguardo del teatro; anche innamorarsi follemente è una bandiera anacronistica e non ci sono vaccini efficaci che lo debellino, depotenzino o neutralizzino». La sintonia fra attori e regista è totale: «La prima cosa che ho notato a casa sua – osserva Timi – era un libro dell’Ottocento sulla scrivania. Giuseppe ha una sensibilità “romantica” che mi affascina tantissimo e io trovo che il Romanticismo sia davvero “rock”». «Lui vive in uno stato di perenne ispirazione – incalza Lucia Mascino – in un continuo processo creativo. Ad esempio siamo al ristorante, all’improvviso si alza e si mette a fare un balletto che gli è venuto in mente per lo spettacolo, solo dopo si rende conto che tutti lo stanno guardando».

E in effetti l’allestimento rispecchia pienamente la maniacalità del regista Piccioni: il disegno luci, uno degli aspetti spesso a torto trasandati o approssimativi a teatro, è preciso e sempre funzionale; i frequenti contributi video, lungi dall’essere oleografici o corpi estranei, innescano un sapiente rapporto dialettico con la scena e i personaggi con i quali dialogano o ai quali si sostituiscono. Innegabile dunque che in Promenade de santé la sensibilità ed esperienza cinematografica del regista di Fuori dal mondo e Luce dei miei occhi abbia svolto un ruolo evidente. Ma cosa invece il teatro ha dato a Piccioni? «Mi ha restituito un entusiasmo che forse nel cinema si stava affievolendo perché è un’avventura misteriosa, è una materia vivente mai del tutto comprensibile e governabile. In teatro c’è una fisicità che mi appassiona, è struggente e temo, per voi, che questa esperienza possa avere un seguito». Molto probabile allora che nelle platee durante le prove riprenda a echeggiare l’esclamativo «azione!». RIPRODUZIONE RISERVATA

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire