Baliani su Marte piangendo la Terra

Il regista racconta il suo nuovo spettacolo "Vista da qui": «Mi interrogo sull'uomo autolesionista, tra sfregio alla natura e guerre come quella oggi in Ucraina, che tenta una nuova possibilità di vita»

I protagonisti sul pianeta rosso nello spettacolo di Marco Baliani “Vista da qui” in scena il 29 e 30 aprile ad Ancona.

Marco Baliani riparte da Marte. Vista da qui è il nuovo spettacolo, da lui scritto e diretto, che debutta al Teatro Sperimentale di Ancona, produzione Marche Teatro, il 29 e 30 aprile, e che porta in scena il punto di vista di quattro sopravvissuti che dal pianeta rosso, su cui sono stati catapultati con una missione di emergenza, guardano con rabbia, inquietudine, angoscia e trepidazione ciò che resta della terra natia, vilipesa, avvelenata, disastrata, ormai non più vivibile. Giulia Goro, Alessandro Marmorini, Luigi Pisceddu e Marco Rizzo, selezionati su 633 candidature da Baliani, interpreteranno i quattro superstiti. La donna, comandante della spedizione, caparbia, volitiva, fiduciosa per volere e dovere, ma comunque disincantata perché come tutti ha visto e vissuto lo sfacelo da cui è dovuta fuggire. Accanto a lei lo psicologo, equilibrato, sempre empatico e positivo, sempre con la citazione colta giusta al momento giusto, incredibilmente sereno, non a caso. Poi c’è il biologo responsabile del rifornimento di ossigeno che vive rinchiuso nelle serre in simbiosi con le sue piante adorate e indispensabili alla sopravvivenza nel nuovo ambiente e che quando parla sputa veleno contro l’umanità assassina del mondo vegetale. Infine l’ingegnere, il prototipo dell’homo faber, agli antipodi del biologo, routinario, ossessivo compulsivo sia nel mantenere efficiente la macchina spaziale che il proprio fisico. Obiettivo della missione: assicurare il futuro dell’umanità su Marte facendo risvegliare per poi accudire cinquanta bambini “criogenizzati” nelle loro culle. Non tutto ovviamente andrà per il verso giusto e si susseguono conflitti, colpi di scena e colpi di coda.

La lettura del testo incanta per ritmo, scorrevolezza e chiarezza e per una sapiente alchimia che intreccia destrezza nella manipolazione delle conoscenze astrofisiche, incisiva caratterizzazione psicologica dei personaggi, tagliente analisi, profondità delle argomentazioni ambientali ed esistenziali. Dovendo ascriverlo in un genere, Vista da qui sarebbe un’opera distopica dalla sfumatura però utopica. Ma la genesi del testo è invece molto più articolata: «È un percorso iniziato da anni – ci spiega Baliani – e disseminato di letture di libri e visioni di film. Anche l’aver trascorso personalmente molto tempo nella campagna pugliese e aver visto i miracoli e la sapienza della terra mi ha fatto riflettere molto su quanto ci sia di meraviglioso nella natura e di perverso nell’uomo che la distrugge».

Sembra comunque che Marco Baliani su Marte ci sia stato davvero. «Io sono sempre stato un grande amante della fantascienza, ma di quella che parlando realisticamente di un mondo altro ti continua a rimandare al presente. Poi in effetti mi sono documentato sul pianeta Marte, ho letto Le cronache marziane di Ray Bradbury, tutto lo scibile possibile». Ma al di là di questa documentazione minuziosa e scientifica cosa rappresenta questa fuga nello spazio per Baliani? «Marte nel mio testo è la conseguenza della pandemia che abbiamo vissuto e dell’Ucraina oggi. È un territorio alieno dove gli esseri umani devono barcamenarsi per tentare di reinventarsi l’umanità, neologismi da creare, usi, costumi, abitudini, gesti da ricodificare, una memoria intera da rimpiazzare, come accade agli immigrati nella nuova terra. Di fronte a quello che ci sta succedendo abbiamo bisogno di reinventarci, di capire cosa ci portiamo dietro delle testimonianze del passato, quali sono i paradigmi narrativi che ancora funzionano, quali sono i valori necessari, le priorità, quali i comportamenti letali e soprattutto cosa trasmettiamo ai figli. Tutto lo spettacolo gira sostanzialmente attorno a un problema educativo. Si riparte da Marte o, perlomeno, ci si prova. Ma su tutto aleggia una domanda che, più che distopica, è apocalittica: ha senso sperare in una nuova umanità? È vero soprattutto per uno dei personaggi, il fondamentalista arboricolo che ormai è rassegnato e crede che la specie umana non sia degna di sopravvivere, ma alla fine almeno gli altri non si arrendono alla perdita della speranza, ci provano a far ripartire la vita. Non c’è quindi un annullamento totale, c’è però una grande questione: data la catastrofe avvenuta, la cui colpa è di sicuro dell’Antropocene umano a causa del quale l’ecosistema si è sballato, i mari aumentano, il permafrost si scioglie e altri virus ci contageranno, cataclismi che nello spettacolo do già per avvenuti, a questi nuovi nati, ai nascituri che raccontiamo del nostro passato? C’è a un certo punto nel testo un efficace e terrificante elenco dei disastri naturali causati dall’uomo. Dove e quando è iniziata questa propensione inarrestabile all’autodistruzione? Vorrei evitare di dire che è insita nella specie umana. Bisognerebbe chiedersi quando è accaduto che la natura ha smesso di parlare agli esseri umani e noi di ascoltarla? Basti pensare al disperato tentativo di san Francesco di far riparlare il creato, di dialogare con esso. Quindi si tratta di una cecità che risale a tanto tempo addietro, da secoli ormai la società non riesce ad avere un rapporto sano e autentico con il mondo vegetale. Noi viviamo grazie alle piante che sono da un punto di vista biochimico superiori a noi, non sprecano, non si spostano, non consumano, producono ossigeno. Persino Gianni Rodari con quel carismatico testo, poi cantato da Sergio Endrigo, ha provato a lanciare un allarme alla sua maniera, semplice e geniale: «Per fare un tavolo ci vuole il legno».

Si sviluppa poi in Vista da qui la contrapposizione dialettica fra “technè” e “physis”, tecnologia e natura. Nel finale però sembra prevalere l’idea di mettersi al servizio della vita. Può essere questo il valore che riscatterebbe l’umanità? «Senz’altro ma il più delle volte non viene messo in atto. La tecnologia non è certamente un problema, così come non lo è la tv o i social. Il problema è che li usiamo male, quindi il problema torniamo a essere noi. La tecnologia sta lì, non pensa, fa, agisce, siamo noi a indirizzarla verso il bene o il male. Grazie alla scienza e al progresso tecnologico abbiamo ad esempio combattuto la pandemia, curato malattie, allungato la qualità e l’età media della vita. La questione è che l’utilizzo negativo che ne viene fatto supera di gran lunga quello positivo. La guerra in Ucraina ce lo sta dimostrando». Pensando ad alcuni ultimi lavori, da L’attore nella casa di cristallo a Una notte sbagliata, si ha la sensazione che lei, come una Cassandra, stia dando sempre più voce al bisogno di denunciare l’imminente e inesorabile disastro che incombe. È diventato questo il compito dell’artista oggi? «L’artista può anche far ridere e dare leggerezza. Io ammetto che non riesco a ignorare ormai temi esistenziali e sociali legati al futuro dell’uomo, della società, del pianeta, forse sono entrato in un tunnel. Non riesco a smettere di chiedermi: ma perché siamo fatti così? Papa Francesco da tempo sta lanciando moniti purtroppo finora inascoltati per la salvaguardia del pianeta. Credo che il Papa e gli artisti di buona volontà dovrebbero unire spirito e voce a questo punto. Sarebbe bello». RIPRODUZIONE RISERVATA

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire