Misery nei meandri della creazione tra horror e psicopatologia dell’arte

Il celebre romanzo di Stephen King, immortalato al cinema da Rob Reiner, approda sul palcoscenico di Parma con la regia di Filippo Dini per scandagliare le oscurità dell'animo umano e il magico potere della narrazione

Il regista Filippo Dini in scena con Arianna Scommegna

Parma – Dopo la visione dello spettacolo Misery, tratto dal celeberrimo romanzo di Stephen King, prodotto da Fondazione Teatro Due di Parma, in scena fino al tre novembre e destinato a lunga tournée, con la regia di Filippo Dini anche protagonista insieme ad Arianna Scommegna e con Carlo Orlando in due ruoli secondari, una sottile e profonda inquietudine si insinua nell’animo non dovuta di per sé alla nota storia thriller venata di horror, resa ancora più popolare dal film di culto del 1990 Misery non deve morire di Rob Reiner. Non che non sia inquietante il plot da incubo con il sofferente James Caan nei panni dello scrittore Paul Sheldon vittima di incidente stradale che viene salvato non per caso, curato e sequestrato in una sperduta fattoria dalla sua “ammiratrice numero uno”, Annie Wilkes (un’indimenticabile Kathy Bates, premio Oscar per l’occasione), ex infermiera che ama letteralmente alla follia parimenti sia il creatore che la sua creatura, Misery, protagonista di bestseller “scollacciati” (aggettivazione dello stesso King) che hanno dato fama e successo all’autore.

Il tragico e angosciante sviluppo della trama chi ha letto il libro o visto il film lo conosce bene: la fan Annie quando scopre che nell’ultimo romanzo Misery muore va su tutte le furie, scatena la sua psicopatologia e obbliga a colpi di martellate alle caviglie (nel romanzo in realtà la tortura è molto più efferata) lo scrittore all’immobilità il quale, come un novello “Sherazade” (definizione sempre di Stephen King), deve scrivere per non morire e far rivivere l’eroina, dalla quale ha tentato vanamente di emanciparsi, in un nuovo ulteriore romanzo. Resta dunque schiavo del suo successo commerciale così come lo sarà della sua “amorevole” carceriera che, nonostante da lui soppressa fisicamente, continuerà a perseguitarlo in forma spettrale. Questa l’estrema sintesi, ma non è questa “fabula”, sia pur terrificante, a creare quell’insinuante turbamento che resta al termine della messinscena e che si potrebbe tradurre con un dubbio esiziale ed esistenziale: e se Annie fosse anche dentro di noi? E se ci fosse in qualche angolo oscuro del nostro essere un mostro, un demone a volte suadente, altre tirannico e violento, che comunque costringe a specchiarci e a renderci schiavi della nostra vanità? È su questo rovello che Filippo Dini imposta la sua regia, questa la chiave di lettura che predilige e che rappresenta il fascino tremendo dello spettacolo.

Annie, grazie a una davvero ispirata Arianna Scommegna, non fa paura semplicemente in quanto pazza aguzzina, ma soprattutto perché si rivela una sorta di vestale pura, assoluta e vergine nella sua irreversibile missione: «Rendere schiavo l’artista nella prigione della propria creatività – scrive Dini nelle note di regia – condannandolo all’espressione continua e più autentica del suo talento». Paul Sheldon, interpretato dallo stesso Dini con stoica fisica sofferenza, ha il corpo intrappolato da ingessature varie che sono metaforiche riflesso della gabbia mentale dalla quale Annie non vuole che esca: non deve evolversi e tentare di ambire ad altro da sé, seppur migliore, deve invece continuare a fare ciò che il suo dono artistico gli fa realizzare splendidamente senza smettere di specchiarsi narcisisticamente in esso. È l’unico obiettivo della fan psicopatica che incarna così il lato oscuro della creazione e che suscita persino tenerezza («doveva essere compatita» scrive King nei suoi appunti al romanzo) quando tenta di scandagliarne il mistero. Emblematica ed esemplare in tal senso la scena in cui Annie e Paul dimenticano i loro ruoli di carnefice e vittima e all’unisono, come posseduti dal “daimon” dell’arte, costruiscono con furore creativo l’intreccio che porterà alla “resurrezione” di Misery. «È come se la pagina si aprisse», svela Filippo Dini citando a sua volta lo scrittore statunitense; in effetti si viene inghiottiti in un vortice esaltante, in un viaggio in cui “comanda il libro”, ovvero domina una magia che crea smarrimento. Resterebbe deluso pertanto chi andasse a teatro in questo caso con lo sguardo avido di visioni grandguignolesche o adrenalinici colpi di scena.

La stessa scenografia, ideata da Laura Benzi, che propone i vari ambienti della claustrofobica casa di Annie con il classico ma efficace meccanismo girevole, le luci di Pasquale Mari o le musiche di Arturo Annecchino, sono ovviamente aderenti agli stilemi del thriller ma rispondono a un’idea di linearità e semplicità. E la magnetica Arianna Scommegna sin dalla prima apparizione non gioca tanto sull’ambiguità del suo personaggio quanto piuttosto sulla sua bipolarità e, traducendo sempre fisicamente più che psicologicamente, con continui, strenui e mirabili scatti e slittamenti posturali, i ribaltamenti e le peripezie comportamentali riesce a creare una Annie indelebile. Insomma se si vuole suspense tout court meglio andare a rivedere il film, ma se si vuole tentare di inoltrarsi nei meandri misteriosi della creazione allora il teatro è il luogo deputato perché «Misery – come scrive il regista – è una grande opera sul potere magico della narrazione».

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire