Ovadia canta Delfi per riaprirci gli occhi

Moni Ovadia
Moni Ovadia

Con un’aura ieratica entra Moni Ovadia. Nulla a che vedere con le ariose movenze del cantore yiddish, né con i febbrili gesti del fervido e inesauribile narratore di aneddotica chassidica, o con la vivida eccitazione dell’affabulatore in grado di affascinarti saltando da svelamenti cabalistici a illuminazioni etimologiche sulla Torah, da barzellette intrise di pragmatico umorismo ebraico ad epifanie teologiche o riflessioni profonde sull’esilio e sulla Shoah.
Consapevole della sacralità e magnificenza del luogo in cui si trova (l’Olimpico di Vicenza, il teatro coperto più antico del mondo, «acme di divino estetismo» come lo definì Salvador Dalí, patrimonio dell’umanità, ultima opera e testamento spirituale del genio rinascimentale di Andrea Palladio) Ovadia riduce all’essenziale i movimenti e, con la sua voce graffiante e penetrante, lancia un drammatico lamento-invettiva sull’incapacità di vedere e ascoltare e sull’aridità d’animo. Interpreta il “Vecchio”, spossato e sfiduciato custode delle rovine del sito archeologico di Delfi che urla il suo disappunto per occhi che non vedono, orecchie che non ascoltano, quelle delle orde di turisti chiassosi, inebetiti dal consumismo di massa, automi con protesi tecnologiche che scattano inutili, volgari istantanee, gitanti «inabili a fare della propria vita un’opera d’arte e a riconoscere l’amore che si cela nell’arte», come lo stesso Ovadia ci confida una volta fuori dal personaggio. È quindi un grido di lirico dolore e di struggente malinconia innalzato attraverso gli splendidi versi del poema di Yiannis Ritsos fatti confluire e innestati in questo rapsodico, filmico e coreografico concerto intitolato Delfi cantata, una rielaborazione di un audace esperimento di opera contemporanea di ventisei anni fa e che ha chiuso il ricco calendario del 69° Ciclo di Spettacoli Classici a Vicenza.
Circondati dalle 95 statue dell’Olimpico si assiste a una fusione di linguaggi artistici che nel 1990 aprì la strada all’incrocio fra teatro, musica e nuove tecnologie e nel 2016 stupisce ancora per la drammatica potenza dei contenuti. I filmati di Studio Azzurro non hanno perso la loro valenza simbolica ed evocativa sia che proiettino i volti delle classicità greca, o che raccontino il flusso turistico nevrotico e passivo. Gli interventi coreografici sottolineano plasticamente e sonoramente lo scorrere del tempo e il concetto di un’armonica bellezza che vince l’usura del tempo e anima l’inerzia della materia. Ma è quando Ovadia dispiega la sua voce dai toni ancestrali e recita i versi del poeta greco prima in italiano e poi in ellenico, è allora che il canto diviene universale, che il suono diventa teofania, che l’amarezza dell’anziano custode si scioglie in straziante visione di un’arte che ha vissuto guerre, saccheggi, distruzioni, ma che sta lì pronta a svelare l’amore della mano vulnerabile di chi l’ha plasmata e che sembra dirci evangelicamente “effatà-apriti” alla contemplazione, all’ascolto, al risveglio dal nostro ottundimento.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire