Martedì in seconda serata

MUSCAT «Che sorte, che accidente, che sbaglio fortunato!». Esulta Parmenione nella scena terza della farsa rossiniana L’occasione fa il ladro. Ma parole come “sorte, accidente, sbaglio, sogno” non si addicono affatto al contesto in cui vengono cantate. Siamo nel tempio della lirica della penisola arabica, a Muscat capitale dell’Oman, nella Royal Opera House. Un maestoso edificio, di un bianco accecante da fuori con un enorme piazzale tirato a lucido, di una bellezza inebriante. Ti toglie il respiro non appena dentro con le sue favolistiche ariose sale, profumi di incenso, legni intarsiati e pregiati, marmi di Carrara, dettagli mirabili ovunque. Il palcoscenico con i suoi sedici metri di boccascena e sullo sfondo, imperante nel retropalco, un organo a canne che troneggia solenne, il più grande in tutto il medio oriente e una platea di 1.100 posti. Un’acustica perfetta e schermi touch screen, con la traduzione in diverse lingue, incastonati sul retro di poltrone comodissime e accoglienti: «Un prodigio tecnico e architettonico, il gioiello della corona», come tiene a sottolineare il principe Kamil Al Said. Ebbene questa perfetta sintesi di tradizione e innovazione, inaugurata il 12 ottobre del 2011, non è un miraggio, né tanto meno una felice, accidentale casualità. È una splendida, spiazzante, ma ormai consolidata realtà. Una punta di eccellenza che svetta e fa incetta di standing ovation con le più prestigiose produzioni liriche internazionali i cui canti si levano al pari di quelli dei muezzin delle moschee, in questo Paese islamico di meno di tre milioni di abitanti. Ma soprattutto è la punta di un iceberg di un quarantennale processo di rivoluzione strutturale, economica, sociale e culturale, che ha portato questa nazione poco più grande dell’Italia a ergersi come punto di riferimento assoluto nel dialogo fra Oriente e Occidente.

Il teatro e la Royal Opera House, dunque, come casa che ospita e diffonde espressioni artistiche di ogni latitudine. In un mondo in cui l’islam rischia sempre più di evocare parole come diffidenza e ostilità, un Paese assurto a icona della mediazione e diplomazia, che oppone mitezza e tolleranza a odio e fanatismo, accoglienza a respingimento, convivenza religiosa a integralismo, insomma una realtà di questa fattispecie sembra davvero scaturire dalla fantasia della bella Shahrazad e delle Mille e una notte. E invece tutto risponde a una volontà precisa, quella di Qaboos Bin Said, l’ormai ultra settantacinquenne sultano, intriso di cultura europea, amante della musica e persuaso che la cultura nutre corpo e animo, eleva spirito e ‘pil’, combatte l’ignoranza e la paura del diverso ed è un micidiale deterrente contro la violenza e i mezzi di distruzione e distrazione di massa. Alla luce di queste premesse la presenza e l’attività programmatica della Royal Opera House è una logica conseguenza. Così come è forse inevitabile l’arrivo alla direzione del teatro del maestro Umberto Fanni, una di quelle personalità che fanno onore al nostro Paese perché da tre anni svolge un lavoro di vero educatore, in grado di estrarre il meglio dalle acerbe e naïve maestranze omanite frastornate e stupite di fronte alla fusione per loro ignota di canto, musica, testo e scena. «Il mio sogno? – confessa Fanni – è vedere qui operativo il 95% del personale omanita rispetto all’attuale 73%. La mia sfida? Il nuovo teatro che sarà inaugurato i primi mesi del 2019 con i suoi 540 posti, una sede espositiva permanente per la musica, mostre temporanee legate al tema della stagione, più un programma di formazione per il canto e i mestieri dello spettacolo». In pratica una febbrile officina delle arti, un’opportunità ineguagliabile per gli omaniti di vedere, conoscere, partecipare e vivere il teatro non solo nella sua dimensione celebrativa, ma problematica.

Intanto per questa settima stagione il direttore artistico bresciano ha selezionato trentacinque appuntamenti fino a maggio 2018 offrendo un ventaglio poliedrico e prismatico di eventi internazionali di eccellenza, dall’opera al balletto, alla danza, al musical, al jazz, alla ‘world music’, a cui si aggiunge il fiore all’occhiello dell’omaggio a Pavarotti il 14 dicembre in occasione del decennale della scomparsa del mitico tenore che sarà celebrato da star dell’ opera. Un calendario di respiro universale vissuto e avvertito anche durante due recenti spettacoli distanti fra loro per natura, genere, tema, provenienza: da un lato la burletta rossiniana L’Occasione fa il ladro portata in scena dal Rossini Opera Festival che ha riproposto lo storico allestimento firmato nel 1987 da Jean-Pierre Ponnelle con il soprano stella del firmamento lirico contemporaneo Olga Peretyatko e il tenore russo Maxim Mironov nei ruoli principali e la direzione di Christopher Franklin; dall’altro la parata annuale sempre attesa e amata dagli omaniti della Military Music, una spettacolare esibizione di quasi 800 militari uomini e donne di diversi corpi in distinte e colorate uniformi, in un trionfo di marce, danze, ritmi, tamburi, trombe, cornamuse che hanno colmato di festosa allegria lo sconfinato piazzale luccicante antistante l’Opera House. Una manifestazione di schietto orgoglio, ma senza pregiudizio perché alla fierezza delle parate si sono affiancate le note di Strauss, il valzer della banda dell’Austria e le coreografie vibranti delle ballerine slovacche tutte in un unico globale palcoscenico divenuto simbolo di condivisione.

Allegria l’ha comunicata anche la farsa rossiniana con le sue rutilanti beffe, scambi di identità, equivoci, amori ostacolati e infine ricongiunti. A catturare totalmente il pubblico omanita poi il fascino e la voce virtuosa, colorita e cristallina, capace di sottili finezze e impressionanti estensioni di Olga Peretyatko, unitamente all’ indubbia magia del teatro scaturita dalla geniale trovata della celebre regia di Ponnelle con i personaggi che fuoriescono dalla valigia vuota posta al centro della scena, i cambi a vista e gli svelamenti sorprendenti dei retroscena. Un tripudio finale investe la compagnia rossiniana a conferma dell’universalità del linguaggio artistico musicale. E ce lo conferma senza remore il soprano Peretyatko: «Abbiamo una priorità noi artisti oggi: unire le nazioni. E lo dobbiamo fare con la musica! ».

Un grande sogno che, come il teatro in Oman, ha bisogno della coesistenza di tante componenti diverse così come, citando il Guerriero della luce di Coelho, «la luce del sole è l’insieme di milioni di raggi».

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire

 

10 Novembre 2017

  • Il libro di Retroscena