L’Antigone nell’immaginifica visione di Tiezzi

ROMA «Hai presente Bergoglio? Io sposo totalmente il suo spirito di accoglienza che latita in modo eclatante al giorno d’oggi». Così Federico Tiezzi esternava la sua adesione a uno dei cardini del papato di Francesco in occasione di un incontro per Freud o l’interpretazione dei sogni, creato di recente dal regista toscano per il Piccolo Teatro di Milano. Nemmeno un mese e a Roma al Teatro Argentina è in scena fino al 29 marzo una sua nuova regia, stavolta sull’Antigone di Sofocle che, memori di quella sua spontanea e appassionata condivisione e alla luce di una costruzione drammaturgica apparsa inequivocabile, potremmo sintetizzare con una perifrasi: «l’incapacità di accogliere le ragioni dell’altro». In questo caso quelle di due monoliti che, sia pur con temperamenti e modalità espressive antitetiche, non conoscono tentennamenti né cedimenti, finché la catastrofe luttuosa non si abbatte su di loro: Creonte e Antigone. Il nomos, la legge, contro l’ethos, la politica contro l’etica, la razionalità della giurisprudenza opposta alla pietas della religione. Al centro della drammatica diatriba le spoglie di Polinice che ha combattuto contro la sua stessa città e contro suo fratello Eteocle anche lui vittima di questa guerra fratricida. Creonte, re di Tebe, ha deciso con un rigoroso e inappuntabile editto di negare la sepoltura al traditore della patria.

Questo l’antefatto della tragedia che si sviluppa a partire dalla reazione affettiva e sanguigna di Antigone che non ci sta ad assistere allo scempio del corpo del fratello Polinice, trasgredisce l’ordine dello zio e firma la sua inevitabile condanna che il tiranno non può evitarle pena una irreversibile perdita di credibilità e autorità. Il resto è una rovinosa successione di morti che precedono l’intempestivo ravvedimento e ripensamento del re: l’eroina ribelle si suicida, così fa Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte il quale viene abbandonato anche dalla moglie Euridice che non esita a togliersi la vita a sua volta. Il dolore e l’orrore sono gli unici superstiti di questo fatale crollo che Tiezzi esplicita e dichiara con un’iniziale ed emblematica proiezione della verticale caduta di colonne, capitelli, busti marmorei, cultura classica in frantumi. Dopo di che la scena di apertura che da sola vale tutto lo spettacolo e che potremmo intitolare: «a cena col morto». In uno austero e imponente interno alto borghese i protagonisti a tavola consumano il pasto in assoluto silenzio ignari del cadavere di Polinice riverso sul palco accanto a loro. A un tratto ne diventano consapevoli come informati da un’invisibile e muta notizia di cronaca televisiva; sgomento per tutti tranne che per Creonte, ma poi il desco si ricompone e i commensali riprendono a desinare fino al repentino scatto di Antigone che scaglia un piatto per terra. Quadro successivo: un monumentale e glaciale obitorio in cui il coro, con atteggiamenti un po’ smaccatamente geriatrici ma guidati da un incisivo corifeo Lorenzo Lavia, si prende cura di resti umani. Cadaveri e simboli funerei puntellano tutto l’allestimento, da uno scheletrico gruppo scultoreo a nuvole rosso sangue, a danze macabre.

Sempre immaginifica la regia di Tiezzi, un concentrato di visioni dense e polisemiche con alcune intuizioni, però, difficilmente digeribili come la guardia arlecchinesca di Massimo Verdastro, il messaggero cuntista di Annibale Pavone e il Tiresia di Francesca Benedetti, giustamente androgino, ma qui in versione “joker” grottesco e sopra le righe. Impeccabile il Creonte di Sandro Lombardi, impareggiabile nel declinare raziocinio e sofisma. Graffiante e ruggente l’Antigone di Lucrezia Guidone. Angosciante e illuminante la scena finale in stile film distopico della disinfestazione che cancella il passato e sterilizza il futuro.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire