“Echoes”, spettacolo tra luci e ombre. Rimangono le urla delle donne, «echi» della tirannia maschile

Il titolo è davvero azzeccato: Echoes. Indovinato, però, perché possiede un risvolto negativo. Sono «Echi», infatti, reiterazioni, ripetizioni di dinamiche conflittuali già viste, sentite, sviscerate. Eppure il tema è attualissimo, stringente, urgente, uno di quelli a cui l’arte e il teatro in particolare dovrebbe sempre dare spazio: la violenza sulle donne, il femminicidio, il fanatismo religioso e lo scontro fra oriente e occidente, tutti intrecciati in un unico testo scritto nel 2015 dall’autore inglese Henry Naylor dopo un viaggio a Kabul che gli procurò una serie di agnizioni sulla realtà del fondamentalismo islamico e sul fenomeno delle «mogli della Jihad».

La condizione di schiavitù, umiliazione e oppressione caratterizza le storie e le vite di Samira e Tillie, le due protagoniste che attraverso i loro monologhi intersecano, incrociano le loro vicende distanti due secoli seppur ambientate nello stesso luogo geografico, l’Afghanistan. La giovane inglesina Tillie sposando un grezzo e altezzoso ufficiale dell’esercito di Sua Maestà vedrà e prenderà coscienza delle storture e degli sfruttamenti spietati del colonialismo britannico, Samira abbagliata da un desiderio di paradiso e di giustizia sulla terra sposerà un guerriero integralista e resterà sconvolta dalle alienazioni e disumanizzazioni della strumentalizzazione religiosa. Entrambe saranno vittime di una tirannia maschile.

Cosa non funziona allora? Innanzitutto l’evoluzione narrativa risente di una disarmante prevedibilità, poi l’idea di accostare e voler far dialogare la storia di due secoli fa con quella odierna risulta forzata come a voler compensare ed equilibrare la denuncia delle brutali deviazioni dell’integralismo islamico con quelle dell’imperialismo occidentale. Infine spesso sembra di assistere a un reportage di tre anni fa, forte, feroce ma datato proprio perché il tratto poetico scolora di fronte a quello cronachistico ben più marcato. E tutto ciò nonostante gli evidenti e ammirevoli sforzi di Massimo Di Michele che lo ha portato sulla scena del Teatro India di Roma in prima nazionale dove resterà fino a domani. È evidente che il complesso lavoro registico miri proprio a estrapolare una dimensione simbolica dal testo che onestamente fatica a decollare. I corpi delle due apprezzabili interpreti, Francesca Ciocchetti e Federica Rosellini, tentano in tutti i modi di comunicare oltre le parole con movimenti coreografici degni di un articolato spartito di danza contemporanea, restando però nel recinto sterile ed oleografico dell’effettistica. Anche le sonorità elettroniche e pop originali e di forte impatto del giovane gruppo umbro Crayon Made Army che puntellano e dilatano l’allestimento risultano tutto sommato scollate dallo sviluppo testuale.

Pregevole l’invenzione dei mille e duecento metri di tubi gialli di plastica, unico elemento scenografico e strumento con cui le due performer dialogano fisicamente. Li animano, li sbattono per terra, ne disegnano spazi, ci si aggrovigliano proprio per enfatizzare il nodo emotivo che attanaglia i loro personaggi; ma anche in questo caso l’impressione generale che se ne ricava è decisamente didascalica. Così come evitabili sono gli accenti cruenti dei finali dei due racconti. Echi grandguignoleschi.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire