Scifoni, la sessualità con “Santo piacere”

«Santo piacere. Dio è contento quando godo». Parola non di un teologo, né di un mistico, ma di un giullare, un attore-narratore che da anni ormai, dai tempi di Guai a voi ricchi, incuriosisce le platee rendendo divulgativi, ma mai volgarizzando, tematiche prettamente cristiane attraverso percorsi artistici che attingono anche con leggerezza, ma sempre con incisività, a sacre scritture, letteratura e cultura alta e bassa. Lui è Giovanni Scifoni che stavolta ha volutamente provato a smantellare equivoci e veli di ignoranza su un argomento erroneamente considerato tabù dai detrattori del cattolicesimo: il sesso. Sicuramente la curiosità ha contagiato la platea romana che ha decretato il successo virale dello spettacolo Santo piacere riempiendo in ogni ordine di posti la Sala Umberto della capitale dove è in scena fino a domenica (replica speciale al Teatro Brancaccio il 10 aprile). In effetti sono novanta minuti di un “one man show” sapientemente amalgamato in cui diversi registri confluiscono e si alternano con un ritmo perfetto.

Comicità esilarante, mimica versatile, sensibilità lirica, intime condivisioni e storiche escursioni, tutto contribuisce a rendere l’eclettico monologo mai banale, a tratti commovente, sempre affascinante. Non manca il coinvolgimento del pubblico a volte preso elegantemente di mira, altre chiamato in causa per alzata di mano ad auto-classificarsi in una delle categorie fra atei, agnostici o credenti. Di certo il tema è trasversale, accattivante e trattato da Scifoni senza falso pudore ma con molto ardore e soprattutto con l’intento dichiarato di fare un’incursione nella coscienza collettiva oltre i comodi cliché: «Quando si parla di sesso – dichiara l’attore classe 1976 – a tutti interessa solo sapere che squadra tifi, da che parte stai, ci fermiamo alla pelle senza andare in profondità, senza guardare nel pozzo. Lo spettacolo naturalmente non dà risposte univoche ma parte da una premessa: il piacere è santo perché l’ha creato Dio. E solleva una domanda cruciale: cosa sei disposto a fare del tuo desiderio sessuale? Una schiavitù o una liberazione che ti fa sentire in pienezza e in armonia con te stesso?

L’epifania che ha portato alla genesi dello spettacolo, svela Giovanni Scifoni, è stata l’illuminante lettura del saggio del filosofo e insegnante Fabrice Hadjadj, Mistica della carne. La profondità dei sessi, per il quale va superata l’obsoleta e fuorviante dicotomia fra bigotti e libertini, fra carne senza cielo, quindi assoggettata a bassi e umilianti istinti, e mistica senza carne, pertanto astratta e priva di vita vera. «La vera adesione – ribadisce Scifoni – è la mistica della carne, una perfetta fusione fra spirito e corpo. Anche in teatro il pubblico non applaude lo spirito dell’attore ma la sua carne, quando ovviamente questa non è scollata e risponde pienamente all’idea, allo spirito che anima e guida l’interprete». Inevitabile un riferimento al VI Comandamento: «Non esistono atti impuri – si infervora l’affabulatore – Dio ci invita ad amare e a moltiplicare questo amore. È l’adulterio che va evitato perché è sesso vissuto lontano dal dono dell’amore». E Scifoni combatte tutti i giorni contro le «tentazioni». Lo aiutano l’esempio dei suoi genitori che ancora oggi, come emblematicamente inscenato nel finale dello spettacolo, danzano insieme con amore «nella gioia e nel dolore».

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire