Sul “1984” di Lenton si proietta il presente

Per lo stabile dell'Emilia Romagna il regista propone una lettura avvincente del capolavoro di Orwell come profezia della schiavitù digitale.

Una scena di “1984” regia di Matthew Lenton

MODENA La data è l’unica cosa sbagliata: 1984. Tutto il resto è terribilmente vero. Di naïve c’è solo il giochetto infantile dell’inversione delle ultime due cifre dell’anno in cui è stato scritto: 1948. Tutte le altre intuizioni si sono rivelate calzanti e la mente profetica di George Orwell è stata in grado, col suo romanzo 1984, di preconizzare quella ragnatela viscosa, quell’impalpabile “web” invisibile in apparenza ma che oggi, nel 2018, ne condiziona e indirizza comportamenti, scelte, abitudini. Basta una sola espressione a testimoniare la potenza premonitrice dell’opera dello scrittore britannico: “il Grande Fratello”. Quello che per molti è solo il titolo del famigerato show televisivo a uso e consumo di menti voyeuristiche era, nella società totalitaria prefigurata da Orwell, l’occhio che tutto osservava (o l’orecchio “Echelon” che tutto ascoltava come ci fu svelato alla fine degli anni ’90), quella presenza dittatoriale immanente e onnisciente, infallibile e ubiqua, quel totem da adorare che tutto controllava in un regime dal pensiero unico e inconfutabile. «Si doveva vivere sapendo che qualunque rumore o gesto poteva essere ascoltato o scrutato», così si legge in 1984. E nel 2018 si vive facendo finta di non sapere che ogni nostro movimento in rete economico, relazionale e persino emotivo viene tracciato, studiato e sfruttato, salvo poi indignarsi di fronte all’abuso dei dati, la violazione sistematica della privacy e la manipolazione delle informazioni di una qualunque Cambridge Analytica. E gli inquietanti parallelismi e le sconvolgenti aderenze fra la finzione letteraria di 70 anni fa e la realtà contemporanea non finiscono qui: il leader Grande Fratello dello stato assolutistico “Oceania” di allora si incarna virtualmente oggi nel potere tirannico dei social media, la “psico-polizia” che esercitava il terrore nel mondo distopico orwelliano si traduce nell’odierna psicosi collettiva che spesso si scatena nelle comunità virtuali annichilendo buon senso e dignità.

Date queste premesse si potrebbe dire che l’Emilia Romagna Teatro, affidando a Matthew Lenton, pluripremiato regista britannico, l’adattamento teatrale del romanzo di Orwell, abbia voluto vincere facile. La sconcertante attualità del lavoro è lapalissiana, il fascino pervasivo delle problematiche inerenti alle nostre attività virtuali è altrettanto innegabile. Prova ne sono le code al botteghino del Teatro delle Passioni di Modena che fino a domenica non ha potuto esaudire tutte le richieste per uno spettacolo che comunque godrà di una tournée autunnale. Ciò nonostante il rischio di banalizzazione poteva essere in agguato, ma è stato totalmente fugato grazie alla regia di Lenton il quale, come già in Interiors anni orsono, riesce a creare una assoluta empatia fra palco e platea. Il testo, frutto di un accurato lavoro di enucleazione dei nodi cruciali, viene perfettamente agito da interpreti impeccabili nel tradurre alienazioni, tensioni, terrori e utopiche reazioni. Un magistrale disegno luci scandisce chiaramente salti spaziali e temporali e gli interventi sonori enfatizzano con efficacia l’atmosfera thriller che pervade lo spettacolo che diventa agghiacciante, in bilico fra un orrore esplicitato e suggerito, nella scena della tortura del ribelle Winston Smith.

Unico neo il finto dibattito iniziale, una sorta di prologo in stile conversativo a voler per forza esternare le attuali declinazioni che scaturiscono dal romanzo. Inutile. Che la cosa ci riguarda e ci coinvolge terribilmente lo si percepisce durante tutto l’allestimento e ancor più nell’incisivo finale in cui viene ammutolito il narratore esterno, una superlativa Nicole Guerzoni, che ci aveva guidato come Virgilio in questo infernale incubo. Il faro della coscienza è spento, la libertà della parola è perduta, non ci resta che la schiavitù digitale. Unica via d’uscita fare l’animale “asocial” come Matthew Lenton che vive senza Facebook, senza Twitter, senza smartphone. Ma è una soluzione fuori dal teatro, nella vita vera, mera utopia.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire