L’attualità delle Baccanti che “non possono ballare”

 

Vincenzo Pirrotta in una scena delle “Baccanti”. Foto di Antonio Parrinello

«Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica». Questa frase attribuita al filosofo tedesco Friedrich Nietzsche viene riportata sulla prima pagina del copione in guisa di sottotitolo a Le Baccanti di Euripide tradotto e adattato da Laura Sicignano e Alessandra Vannucci e messo in scena sulle tavole del Teatro Verga di Catania da una nutrita compagnia guidata dalla stessa Laura Sicignano ormai da due anni alla direzione artistica dello Stabile del capoluogo etneo. In realtà ballano eccome le baccanti la loro sfrenata, lisergica, sciamanica, tarantolata, a tratti macabra e disarticolata, ma sempre espressiva danza; ma tutti concorrono a creare un frenetico e iperattivo ensemble, dagli interpreti sul palco alla paziente e puntuale regista che insiste sulla necessità di una sinergia fra movimento e voce in maschera, alla solerte ed esperta Ilenia Romano creatrice di coreografie fortemente evocative, a Edmondo Romano con la sua incisiva e trascinante musica dal vivo che fa da traino, da deuteragonista o da contrappunto, a Guido Fiorato che ha creato una scenografia solenne e lacerata, a Gaetano La Mela autore di un disegno luci impeccabile nel suo valore narrativo.

Tutti ballano, hanno tutti il loro bel da fare. E in effetti possono davvero sembrare tutti dei pazzi a chi non sente la musica perché ha le orecchie otturate dall’assordante frastuono delle norme, ordinanze, ottemperanze degli incalzanti e affastellati Dpcm. Possono davvero sembrare fuori dal mondo perché provano e riprovano le scene, fanno filate, prove generali in costume come fossero alla vigilia del debutto, come nulla fosse, come ci fosse un domani. Ma il domani non c’è, o perlomeno non si vede. Sembrano evocare i personaggi pirandelliani non in cerca d’autore, ma di un avventore, anche mascherato, purché disposto a sedersi e a godersi lo spettacolo perché il bisogno di un confronto, di una reazione emotiva, del sentore di un respiro in platea è ormai impellente e non più procrastinabile. Certo a entrare in questa bolla satura di spirito dionisiaco li ha spinti ovviamente il testo del tragico greco; considerata in apparenza come la più religiosa delle sue opere, in realtà si rivela foriera di squassanti e imperscrutabili drammi che lasciano solo inquietanti interrogativi e nessuna risposta consolatoria.

In pratica Le Baccanti di Euripide sono canti che inneggiano alla quintessenza misterica del teatro. E non potrebbe essere altrimenti dal momento che a muovere le funeste vicende della tragedia è proprio il dio del teatro che in veste di straniero scende sulla terra per vendicarsi contro chi, come Penteo, re di Tebe, non crede alla sua natura divina. Una rutilante catena di mascheramenti, infingimenti, travisamenti porterà all’uccisione di Penteo sbranato dalla stessa madre Agave e dalle Baccanti, ovvero le donne tebane a cui Dioniso ha inoculato germi di follia. Alla fine i detentori del potere verranno esiliati. Una trama che potrebbe anche essere così sinteticamente parafrasata: un bel giorno su questo nostro pianeta si palesa un imprevisto e ignoto elemento che sconvolge gli equilibri della comunità, disarma ogni tentativo di arginarlo, semina caos, disorienta la mente, annichilisce gerarchie ed economie, sparge lutti e condanna all’isolamento.

Scritto 2428 anni fa come tutti i classici universali sembra la sceneggiatura di un instant movie: «Ogni battuta davvero ci sembrava espressamente riferita al nostro drammatico presente – ammette Laura Sicignano – e la tragedia di Euripide in effetti ci squaderna davanti un dramma che appare insensato, l’uomo sembra schiacciato dalla violenza degli eventi. Ma c’è anche una dignità del dolore, evidente in Cadmo e Agave, i due personaggi che chiudono lo spettacolo, che fa intravedere in questa profonda crisi un seme di rinascita». Non a caso pur nell’assurdità delle efferatezze scatenate da Dioniso aleggia un’inebriante leggerezza; il cieco veggente Tiresia, che invano tenta di frenare l’empietà di Penteo, non nasconde la sua voglia di ballare, bere, godere e giunge, con un corto circuito temporale, a citare Pina Bausch: «Danziamo, danziamo, altrimenti siamo perduti».

Tutto l’allestimento lungi dall’essere cupo e monocromatico si presenta caleidoscopico e mira a costruire un’opera di teatro totale coerente anche se a tratti frammentaria. La regia della Sicignano possiede una cifra fortemente autoriale, quasi turgida di soluzioni e suggestioni ma non ingombrante al punto da prevaricare i versi euripidei interpretati da tutti con ammirevole asciuttezza. Dioniso è affidato all’androgina Manuela Ventura, minuta ma reattiva in ogni fibra, fisica e fantasmagorica, creativa e distruttiva, un ossimoro vivente che perfettamente incarna lo spirito del teatro che il dio greco ha, come vuole il mito, alitato sull’umanità. Vincenzo Pirrotta mette poi mirabilmente al servizio del suo Penteo prima possanza e protervia e poi fragilità e impotenza.

Tutti in scena e dietro le quinte offrono il loro contributo per far girare una macchina dei sogni che al momento non può far sognare nessuno. «La sensazione è un po’ di una ruota che gira a vuoto – confessa Laura Sicignano – abbiamo passato questi ultimi mesi a programmare e a distruggere. È stato dolorosissimo». Una sofferenza ben nota a Eugène Ionesco che in una conferenza del 1961 affermava il bisogno «dell’utilità dell’inutile»: «Un Paese dove non si comprende l’arte è un Paese di schiavi o di robot, un Paese di persone infelici», ammoniva l’ideatore del Teatro dell’Assurdo. «E un Paese senza l’incontro tra le persone è un Paese depresso e facilmente manipolabile», chiosa laconicamente Laura Sicignano.

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di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire