Se il teatro comunica chi «non sa comunicare»

La logoterapista Cecilia Moreschi

Se fosse un elemento della natura sarebbe un albero, «sempre pronto a far nascere, sviluppare e maturare le proprie foglie, i fiori e i frutti. Altrettanto pronto a lasciarli andare quando giunge il momento». A sposare questo edificante paragone è Cecilia Moreschi, venticinque anni di studio e lavoro sul campo per raggiungere un obiettivo nobile e ambizioso: aiutare bambini, ragazzi e adulti a superare le disabilità dell’area del linguaggio e della comunicazione con l’arte che più di tutte si fonda sull’espressione fisica, psichica e vocale, il teatro, in questo caso concepito come mezzo e non come fine.

Cecilia Moreschi, con un background di regista, attrice e drammaturga, arriva pertanto già dalla fine del 2018 a coniare una parola lunghissima e articolata ma che vuole sciogliere i nodi spesso aggrovigliati nell’umana natura: la ‘logoteatroterapia‘, una disciplina volta ad abbattere barriere per portare sul palco audiolesi, iperattivi, dislessici e autistici. Ma come si fa a educare al controllo dei movimenti e dello spazio, alla relazione con il partner sulla scena, all’espressività di emozioni e sentimenti chi tende a essere sempre fuori se stesso o al contrario chiuso nel proprio guscio, chi ha gravi difficoltà locutorie o uditive? «Servono due requisiti innanzitutto – spiega Cecilia Moreschi – al giorno d’oggi poco frequentati: pazienza e capacità di ascolto». Un lavoro quindi di costante attenzione e dedizione scevro da qualunque ansia da prestazione ma guidato da un radicato convincimento: «Chiunque può fare teatro – afferma senza indugio Moreschi – non devi essere bello, magro, intonato, non devi saper suonare uno strumento. Basta avere un corpo e una voce».

Naturalmente si tratta di un percorso lungo e complesso fondato su tecniche corporali e propriocettive, un’esperienza accumulata nelle scuole, nei centri di riabilitazione e anche sintetizzata in un manuale teorico e pratico, Logoteatroterapia, il teatro per le disabilità della comunicazione edito da WriteUp. Non mancano poi metodi empirici bizzarri ma efficaci: «Sono in realtà momenti ludici con una grande funzionalità – svela Cecilia Moreschi come ad esempio quello del ‘pongo’ che consiste nel riscaldare il proprio corpo e la voce modellandolo come si fa con la plastilina alternando tensione e rilassamento. C’è poi ‘la grande spolverata’ che piace tantissimo: in pratica si tratta di togliere di dosso con un rituale ben preciso una metaforica polvere di stanchezza che spesso appesantisce i nostri corpi e i nostri animi». C’è inoltre un principio spiazzante ma inconfutabile che la logoteatroterapeuta ha potuto sperimentare: ‘l’inibizione salva’. Di norma si tende a stigmatizzare gli impedimenti, i divieti, gli ostacoli che reprimono la libera espressione delle proprie emozioni, ma quando ci si trova di fronte a soggetti logorroici o iperattivi il lavoro da fare è invece quello di controllare e porre un freno alla loro incontinenza verbale o fisica. In questi casi l’inibizione salva la vita e le relazioni perché è la facoltà che induce a non attraversare la strada col semaforo rosso o a non esternare un pensiero inopportuno.

Infine una verità ha attraversato tutta l’esperienza di Cecilia Moreschi, una certezza commovente e confortante: la bellezza del teatro che si dimostra autentico e salvifico quando si fa piccolo. «Mi emoziona ogni volta vedere – confessa Moreschi – che tutta l’enorme ricchezza e grandezza del teatro con le sue maestose opere si mette al servizio del più piccino dei miei bambini che magari non parla o è sordo e vedi come il teatro si fa piccolo per far diventare lui grande. È qualcosa di miracoloso».

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di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire