DanceAbility: la danza del corpo e dell’anima

Workshop Alito Alessi © Karolina Miernik
Workshop Alito Alessi © Karolina Miernik

“Ad Amsterdam un insegnante totalmente paralizzato è disteso su un letto poggiato su quattro ruote, può muovere solo una mano che stringe un joystick col quale controlla e muove le ruote e gli specchi posizionati sopra il suo letto che gli permettono di vedere tutt’intorno e… si muove. Conquista così lo spazio circostante. È la sua danza!”.  Questo è il ricordo che affiora nella mente del coreografo statunitense Alito Alessi quando pensa alla gioia più grande vissuta dal 1996, da quando migliaia di persone di tutto il mondo frequentano i suoi corsi di danceability. Un neologismo da lui inventato per esprimere un’originale, sorprendente tecnica che fonde la danza con l’arte, l’espressività, la relazione. Un metodo rivolto a tutti, a chiunque di ogni età desideri attraverso il linguaggio del corpo reimparare a comunicare senza barriere fisiche e psicologiche, senza retaggi e pregiudizi per vivere con pienezza di spirito il presente. Il presupposto è che siamo tutti in qualche modo “handicappati”, ognuno può avere un blocco o impedimento che condizioni la capacità espressiva o relazionale.

I cosiddetti “normodotati” o “disabili” quindi sullo stesso piano, tutti insieme non per fare terapia, ma per vivere una creazione artistica senza nessuna ricetta precostituita né dogma ma con alcuni princìpi basilari quali la capacità di inclusione e interpretazione, ovvero nessuno è escluso e ognuno può interpretare nella sua individuale e inimitabile modalità un determinato movimento del corpo; ad esempio per chi è immobilizzato su una sedia a rotelle un salto diventa una mossa della mano. Ascolto e osservazione sono gli “amici” della danceability; creare relazione, fare comunità e riattivare la “saggezza del corpo” i suoi obiettivi; fretta, errate e radicate abitudini e soprattutto presunzione e ignoranza i “nemici”: “di solito – ci svela il fondatore della danceability – noi pensiamo che la persona in coma sia isolata da noi. No, è esattamente l’opposto. Siamo noi a essere isolati da lui!”.

È aperto a tutti il corso di Alito Alessi, qualunque sia il disagio, sia pur connotato dall’aggressività; chiuso solo a chi esercita la violenza con deliberata consapevolezza. Spesso protagonisti della danceability sono persone in coma, che non reagiscono minimamente agli stimoli esterni. E non avviene alcun prodigio durante la loro esperienza con il danzatore americano, uno dei quattro coreografi al mondo premiato con il prestigioso e storico Guggenheim Fellowship (riconoscimento concesso dal 1925 a chi si distingue per eccezionali capacità creative). “Ma vedere i volti dei genitori illuminarsi e riempirsi di gioia perché finalmente i loro ragazzi in coma sono inseriti in un contesto sociale e artistico… è impagabile!”. E radioso è anche il viso di Alessi mentre condivide questa soddisfazione, così come pacato e concentrato diventa durante il laboratorio che in questi giorni ha guidato al Teatro Due di Roma; un workshop che si chiude proprio oggi nella capitale con una “parata” inserita nel festival Fuori Posto con partenza alle ore 18 da piazza San Silvestro e arrivo alla Galleria Alberto Sordi. E nell’osservare il suo lavoro si resta stupefatti di fronte alle possibilità “espressive” e dinamiche che Alessi è in grado di tirar fuori da una sedia a rotelle.

Si percepisce nella sua persona un senso di libertà che, come lui stesso ci confessa con profonda emozione, è il frutto di una dolorosa e faticosa conquista: “Sono cresciuto in un contesto familiare e sociale di enorme violenza fisica, psicologica e sessuale. Ho avuto ferite che non auguro davvero a nessuno. Ho lottato per liberarmi da quelle lacerazioni e ora che ho moglie e figli finalmente mi sono riappropriato del valore della famiglia!”. Una sofferenza dunque vissuta, elaborata e trasformata in opportunità, la stessa che il danzatore dell’Oregon offre a chiunque desideri superare chiusure e isolamenti con uno spirito di accoglienza ma, come direbbe don Tonino Bello, “senza volontà di cattura”!

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire