Il doppio passo di Ezralow: danzo con “Open” fino alla Scala

Incontro con il ballerino americano: «Lavorando al "Macbeth" ho avuto la conferma che la musica classica è alla base di ogni genere, dalle colonne sonore cinematografiche di Hans Zimmer al rap di Jay-Z»

Open di Daniel Ezralow
“Open” di Daniel Ezralow

La fantasia sul palcoscenico di uno spettacolo di culto che da nove anni spande energia, ironia, divertimento e sentimento quale è Open e l’irrefrenabile creatività del suo ideatore, conquistatore di platee teatrali, cinematografiche, televisive e dell’alta moda, quel Daniel Ezralow «aperto » per l’appunto a ogni curiosità e invenzione coreografica e artistica, sono due inappuntabili motivi per lasciarsi travolgere per 80 minuti da questo immaginifico mosaico di tante piccole storie in cui tecnica sopraffina, acrobazie mozzafiato, effetti visionari e multimediali si intrecciano. Quest’opera di danza contemporanea, definita dallo stesso Ezralow «un antidoto alla complicazione della vita», dopo aver incantato la platea dell’Arcimboldi di Milano sabato scorso, oggi è di scena al Teatro Comunale di Cesena, domani al Lyric di Assisi e così via per una lunga tournée in tutta Italia fino a metà aprile 2022.

Il ballerino e coreografo statunitense, fondatore dei celebri Momix e ISO e nei giorni scorsi impegnato nelle coreografie del Macbeth di Verdi per l’odierna inaugurazione alla Scala, non nutre dubbi su quanto soprattutto oggi la sua quasi decennale creatura possa ancora comunicare e ammaliare: «Oggi sicuramente dopo il Covid Open rappresenta un’apertura, una rinascita, anzi una “reconstruction”, una ricostruzione dovrei dire visto che all’inizio avevo pensato a questo come titolo dello spettacolo. Open è rassicurante, riconciliante, ma soprattutto leggero, anche se non rinuncia a una sua profondità». La scelta della musica classica come colonna sonora prevalente dello spettacolo poteva sembrare azzardata per la danza contemporanea, in realtà si è rivelata un’intuizione vincente. C’è il rischio che faccia impallidire gli altri generi musicali? In questi giorni ho preparato le coreografie per il debutto alla Scala del Macbeth di Verdi e ancora una volta ho avuto la riprova che la musica classica è alla base di ogni genere musicale, dalle colonne sonore cinematografiche di Hans Zimmer al rap di Jay-Z. Inoltre creare un contrasto fra la base musicale e il movimento del corpo aiuta spesso a comunicare in modo più efficace. C’è una definizione per descrivere la contaminazione di stili di Open, che va dalla modern dance alla dance floor, dall’hip hop al pas de deux? Non c’è una definizione. La base del movimento è moderna, ma la contaminazione degli stili nasce da una mia esigenza ben precisa: lo studio dei corpi con cui mi trovo a lavorare. Quando creo una coreografia all’inizio osservo la fisicità dei corpi come fossero dei colori di un dipinto, ad esempio mi figuro un corpo rosso a cui forse devo aggiungere un po’ di blu. E poi studio la psicologia dei miei danzatori: noto che magari uno ha un blocco sui fianchi, un’altra sul collo e mi chiedo continuamente perché e allora creo un dialogo con i miei ballerini, mi faccio svelare le ragioni dei loro impedimenti che a volte sono legati a esperienze negative con la danza, altre sono di carattere più intimo o familiare. Lo stile non può essere univoco perché lo adatto ai miei danzatori.

«Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta»: pare che sia un’asserzione di Socrate; ma sembra fatta a apposta per Daniel Ezralow. «Verissimo. C’è stato un tempo qui a Milano, al Teatro Nuovo, quando ero con i Momix o con ISO in cui ero molto egoista, narcisista, mi sentivo onnipotente, volevo fare e produrre senza sosta. Con il tempo, invecchiando, grazie alla famiglia e ai figli, sono cambiato molto, dentro di me c’è sempre quella bomba di frenesia, ma sento che la devo dosare e mi sono reso conto che devo fare una ricerca per capire dove sto andando. È morto il mio papà, poi mia mamma mi ha lasciato un mese fa e so che non ho ancora molto tempo, quindi voglio capire quali priorità dare alla mia vita ora. Certo la professione mi interessa, i riconoscimenti vanno anche bene, ma altre domande e questioni ora non mi danno tregua. Mi chiedo continuamente dove sto andando, perché faccio teatro, quale è davvero la mia missione». E le risposte le ha trovate? «No, non del tutto, non ancora. Forse il mio obiettivo nella vita è quello di riuscire a dare messaggi di speranza col mio lavoro, ma non ne sono così sicuro, non sono giunto a una conclusione definitiva. Quindi sì, sono in perenne ricerca. Voglio capire ancora, sapere di più, voglio rendermi conto meglio del mio vero ruolo nella vita. Perché il teatro è vivo, è irripetibile e irriproducibile. La nostra conversazione può essere letta in qualunque momento, ma il teatro no, esiste solo in un istante preciso così come un’emozione d’amore che la vivi pienamente ma non la afferri, non la trattieni. Ad esempio l’altra sera alla Scala durante una prova generale del Macbeth a un certo punto ci doveva essere un effetto scenografico di grande impatto visivo in cui la pedana del palco si doveva innalzare e sopra doveva apparire la cantante protagonista. Bene, lei non c’era. Si è palesata solo dopo un po’ e si è creata una situazione imprevista, spiazzante e fortemente emozionante Ecco, questo può capitare solo in uno spettacolo teatrale». Ha lavorato tanto con i giovani valorizzandoli, che consiglio si sente di dare alle ultime generazioni che sognano di diventare Ezralow? «Dico loro di continuare, di non mollare. Non ascoltate chi dice di non credere, dovete sempre avere la libertà di seguire la vostra mente e il vostro cuore. Nessuno può mettervi davvero le barriere. State coi piedi per terra ma non smettete mai di sognare. Noi abbiamo lasciato ai giovani un mondo deteriorato, ma loro hanno la grande opportunità di farlo rinascere più bello e più accogliente. Ho molta fiducia in loro perché sono meglio di noi». RIPRODUZIONE RISERVATA

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire