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Fatti non parole. Giusto. Ricostruiamo le case. Ricreiamo le cose. Questo è l’assunto più immediato e più apprezzato dopo una distruzione, dopo il crollo di quello che ci sembrava inalienabile, dopo che si sono sbriciolate le nostre certezze, le nostre case, le nostre cose dopo il terremoto. Non tutto però si può ricostruire, ci sono donne, uomini, bambini, vittime della tragedia, che nessun fatto può far tornare in vita. In questo caso i fatti non servono. Le parole sì! Diceva un funambolo della parola e del pensiero, Alessandro Bergonzoni, «bisogna saper cosa dire quando è il momento di tacere», ovvero di fronte alla perdita, al dolore, alla morte bisogna saper trovare parole significative, che risveglino la componente divina che è in noi, che inneschino il ricordo, il riportare al cuore, appunto, che c’ è qualcos’altro e qualcosa di alto dentro di noi, al di là della case, al di là delle cose. Allora intraprendiamo una sfida, delicata e rischiosa: recarsi nei luoghi colpiti dalla tragedia del recente sisma per portare la parola attraverso due strumenti, la televisione e il teatro, che, se utilizzati senza derive morbose, sensazionalistiche o esibizionistiche, attivano un meccanismo fecondo e contagioso producendo storie che tengono viva e accesa la memoria, creando relazioni che risvegliano ed esaltano il valore della comunità. Le telecamere sono quelle di Tv2000, l’emittente della Conferenza Episcopale Italiana, che ha nel suo dna cromosomi da sempre sensibili e attenti alle esigenze sociali e culturali. Il teatro, invece, lo veicola, una sola persona, un artista umbro che possiede un talento innato e poi sviluppato con decenni di studi, ovvero l’ arte, ormai rarissima, di affabulare in rima all’ improvviso, il dono di versificare all’ impronta, capace sia di esilaranti e coinvolgenti one man show in piazza davanti ad affollate platee, sia di sintonizzarsi liricamente col travaglio e la pena di un singolo interlocutore: Gianluca Foresi. Entrambe le sue potenzialità troveranno ampia espressione in questa singolare esperienza. Al momento della partenza un pensiero, che è anche un timore, attraversa l’ animo di tutti, dall’ attore, all’ operatore televisivo, al fonico, al producer, che si potrebbe tradurre ed esplicitare con i mirabili versi di quella scrutatrice di anime, la poetessa Emily Dickinson: «A un cuore in pezzi / nessuno s’ avvicini / senza l’ alto privilegio / di avere sofferto altrettanto».
Nessuno di noi possiede quel tremendo privilegio, ma ognuno è altrettanto convinto che avvicinarsi al dolore con un mezzo televisivo al servizio del bisogno e con una parola teatrale sapientemente comunicata può accendere focolai di condivisione. Si intraprende il viaggio quindi all’ insegna di una parola a tutti nota, ma spogliata del suo alone esoterico e magico e recuperata nel suo valore etimologico: «Abracadabra». Un termine, che, forse non tutti sanno, è di origine aramaico, come era la lingua di Gesù, e che significa «mentre parlo creo». La prima meta è un coloratissimo complesso di casette in legno, la scuola “Berardo Tucci”, costruita in 40 giorni a Centrale, frazione di Acquasanta Terme per accogliere gli alunni dell’infanzia e della primaria di Arquata del Tronto, la cittadina ascolana colpita dal sisma del 24 agosto. L’impatto sin dall’ esterno è bellissimo e commovente: un albero fatto tutto di peluche e un presepe ricoperto di foto delle vittime dei recenti terremoti sono icone di una memoria dolorosa e di una solidarietà impareggiabile. I racconti poi della preside Patrizia Palanca, profondamente convinta che ripartire dalla scuola sia una priorità assoluta, sono davvero spiazzanti. Indelebile e straziante il ricordo della reazione di un suo piccolo alunno: «Lo sa, preside, che il pesciolino rosso non c’ è più? È stato schiacciato dalle macerie». «Quel bambino aveva perso la nonna, la cugina, i suoi cari – ci svela la dirigente scolastica che a stento trattiene le lacrime – ma è riuscito solo a dirmi della morte del pesciolino rosso». La reazione dell’improvvisatore Foresi è immediata: «Il racconto del pesciolino rosso / talmente francamente mi ha commosso / che è come se mi fosse crollato il mondo addosso!».
A rincuorarci, a irradiare i nostri volti con una sinestesia di lacrime e sorrisi ci pensano Alessandro, Giorgio, Gaia e tutti i piccoli alunni con i loro genuini racconti dei momenti terribili in cui la terraferma si ribalta in terra in movimento. Un emozionante leitmotiv attraversa le loro narrazioni: il costante conforto dei genitori e l’incessante preghiera durante le notti trascorse in macchina. Il climax della commozione ce lo regala Angelica con una confidenza tratta dal suo diario segreto: «È quando pensi che sia tutto finito, che tutto ricomincia».
A chiudere l’intenso incontro ci pensa l’attento e sensibile Foresi: «Ho imparato tante cose nella vita / ma una cosa qui soprattutto l’ho capita / nell’Italia c’è stata tanta solidarietà / ma qui voi oggi vivete di grande dignità». Si va via con la consolazione delle parole della maestra Iride che, raggiante, ci dice: «per gli alunni quest’ora è stata più utile di un anno di terapia». Bambini che giocano «a fare il terremoto» li troviamo anche nell’accampamento di Ancarano vicino Norcia, considerato un modello di accoglienza. Lo confermano le parole di don Luciano Avenati, parroco dell’Abbazia di Sant’Eutizio: «Abbiamo perso le case ma siamo diventati una grande famiglia». E ha anche un sogno don Luciano: «Tutte le nostre chiese sono state distrutte, ma vogliamo costruirne una nuova che accomuni i centri di Campi e Ancarano. Cosa prima inimmaginabile». Prontamente Foresi così versifica a braccio: «Per me questa è una graditissima sorpresa / quando il parroco ha parlato dell’ edizione di una nuova grande chiesa / perché è importante e lo voglio sottolineare anche stasera / il valore simbolico ma forte della preghiera / che unisce tutti quanti, magari anche chi non crede / sotto un’unica e splendida fede / ma io voglio dire a questi amici tanto cari / che la loro forza essendo montanari / gli farà superare tutti questi momenti amari». Parte l’applauso. E partiamo anche noi. Ma prima ci aggiriamo fra le mura crollate di Norcia, per lasciare nelle fessure, come in un occidentale muro del pianto, biglietti con poesie e preghiere. L’ultima la infiliamo fra le pietre della basilica di San Benedetto, due lapidari versi di San Tommaso d’Aquino: Il dolore, se condiviso, si dimezza. La gioia, se condivisa, si raddoppia.

di Michele Sciancalepore, fonte Avvenire

23 Dicembre 2016

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