14 novembre 1982: il leader di Solidarnosc Lech Wałęsa, liberato dopo 11 mesi

Il capo del movimento polacco Lech Walesa Solidarność viene liberato dopo 11 mesi di internamento vicino al confine con l’Unione Sovietica. Lech Walesa da tecnico elettricista e impiegato nei cantieri navali di Gdansk venne tratto in arresto nel 1970, reo di aver incitato gli scioperi nella fabbrica dove lavorava. Il futuro Premio Nobel per la Pace nel 1983 e presidente polacco eletto in modo democratico nel 1990 fino al 1995, insieme ad altri amici come Aleksander Hall e Andrzej Gwiazda, con i quali aveva già fondato nel 1978 un’organizzazione segreta chiamata Sindacati Liberi di Pomerania, ritenuta illegale dalle autorità, e Bogdan Borusewicz – divenuto in seguito presidente del senato polacco – guidò la protesta civile incitando allo «sciopero della solidarietà» e a occupare le fabbriche. In queste circostanze, anche per stemperare gli animi, la diocesi di Danzica propose alla sede locale del Partito comunista da fornire assistenza religiosa agli operai. Le autorità comuniste lo accordarono. Si celebrò la messa nei cantieri navali baltici e al tempo stesso iniziarono a sventolare bandiere polacche, ritratti di Giovanni Paolo II e furono attaccati manifesti ai cancelli delle fabbriche che ritraevano la Madonna nera di Czestochowa. Fu eletto un Comitato di sciopero interaziendale presieduto da Lech Walesa e alcuni giorni dopo sui muri dei cantieri navali apparvero ventuno richieste scritte a mano su una tavola di legno da parte di  Arkadiusz Ribyki, un altro operaio amico di Walesa e militante del Movimento giovane Polonia (Rmp),  una delle tantissime sigle che, come il Comitato difesa operai (Kor) e Sindacati Liberi (Wzz), confluirono in seguito dentro Solidarnosc. Il cardinale Wyszynski, primate di Polonia, non mancò di parlare nelle sue omelie come fece il 17 agosto della drammatica situazione in cui versava la nazione polacca.

Quell’estate in Polonia imperversava il malcontento che cresceva gradualmente un po’ ovunque nel Paese: il licenziamento di Anna Walentynowicz, un’operaia dei cantieri navali Lenin, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Le dinamiche che portarono a decretare il primo sindacato unitario e libero polacco furono diverse: innanzitutto la nuova linfa data al mondo operaio da Giovanni Paolo II dopo il viaggio del 1979 e, in particolare, nel discorso agli operai di Nowa Huta in cui ribadì che “la Chiesa non ha paura del mondo del lavoro» e che «Cristo non approverà mai che l’uomo sia considerato o consideri se stesso come semplice mezzo di produzione”.

La grave situazione economica e la forte autorità esercitata dal regime sovietico avevano creato un clima di sospetto e di tensione, di apparente calma per tutto il mese di luglio del 1980 nonostante qualche concessione populista da parte del governo polacco come il leggero aumento del salario dopo deboli proteste per l’aumento dei prezzi della carne.

A Lublino gli operai e i ferrotranvieri incrociarono le braccia. Fu sciopero. I collegamenti ferroviari furono interrotti. Da Lublino la protesta arrivò a Danzica, nei cantieri intitolati a Lenin. Le spinte delle diverse correnti sindacali condussero all’alba del 14 agosto allo scoppio degli scioperi che, molto presto, malgrado il silenzio e la censura dei media, contagiarono tutta la Polonia. Fu votata l’occupazione dei cantieri Lenin. Ci fu una vasta opera di volantinaggio tesa a incitare diciassettemila operai ad astenersi dal lavoro per dare solidarietà alla gruista «scomoda» Walentynowicz che aveva denunciato le drammatiche condizioni in cui erano costretti a lavorare gli operai.

Vincenzo Grienti